Autolesionismo

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É sempre più frequente avere a studio un adolescente che in segreto pratica autolesionismo, soprattutto il cosiddetto “cutting”, la nuova frontiera dell’autolesionismo giovanile, che consiste nel procurarsi tagli, più o meno profondi, utilizzando lamette, vetri o addirittura lattine usate. Sacrificare una parte del proprio corpo, meglio se nascosta, nel dolore fisico palpabile, ad una sofferenza psicologica insopportabile. Mortificare quella piccola parte di sé per continuare ad esistere, nonostante quel dolore scuro che non si riesce a vedere. Il taglio è un dolore tangibile, un urlo silente lanciato contro l’angoscia. Il dolore che dà sollievo al dolore.
Nel web ci sono community molto frequentate, dove gli adolescenti raccontano le loro storie di autolesionismo e pubblicano le foto dei loro tagli. Chi pratica autolesionismo da cutting è ben attento a coprire le parti del corpo che presentano i tagli perché prova vergogna nell’essere scoperto. Ma proprio quei tagli ben celati al proprio contesto reale sono invece spesso mostrati e condivisi su social e blog. L’autolesionismo dà l’illusione che quella pratica sia l’unica via di fuga da una sofferenza insopportabile, dà la sensazione di essere vivi e uscire un attimo dal torpore. Il taglio inoltre crea l’illusione di avere il controllo sul proprio corpo: attraverso la ferita si vede da dove viene il dolore e lo si può curare. Il dolore fisico viene preferito a quello mentale in quanto la sofferenza mentale appare come sconosciuta al soggetto, mentre l’autolesionismo produce un sollievo temporaneo. Il taglio provoca un processo simbolico nel quale la malattia interiore viene rimossa dando la possibilità alla ferita auto inflitta di guarire. Il sangue, la sostanza più simbolica del nostro corpo, in questo caso sangue cattivo, può uscire dal corpo attraverso il taglio. La ferita può scatenare un processo secondo il quale la sofferenza psichica può essere rimossa facendo spazio alla guarigione.
L’atto del taglio sembrerebbe offrire, a chi lo pratica, un’uscita momentanea da uno stato di dolore, anche se dopo subentra la vergogna e la necessità di coprire le ferite per tenerle nascoste, e di scegliere parti del corpo sempre più recondite. Il taglio sostituisce il dolore interiore con il dolore del corpo, sul quale si può avere controllo, che si può vedere.

U. 13 anni, si taglia da qualche mese. Non riesce a farne a meno. Dorme con una lametta sotto il cuscino e dice: “Mi sento più tranquillo se la tengo a portata di mano”. I tagli iniziano nel periodo invernale e sono nascosti dagli indumenti. Per diversi mesi nessuno lo scopre fino a quando, a scuola, un insegnante vede i tagli e avvisa genitori. U. soffre per una sua coetanea che lo tratta male. La madre cerca di dare supporto al figlio, sminuendo la sua sofferenza, dicendo che è troppo giovane per provare amore e soffrire per esso, che non è il caso di struggersi così. Da qui U. inizia a tagliarsi.
V. 14 anni. Si taglia già da un paio d’anni, stando attenta a non farsi scoprire dai genitori. È venuta da me per altre questioni ma poi mi racconta che si taglia, che è attratta dalle lame. Si taglia appena comincia a star male. Ha iniziato in seconda media; molte compagne lo facevano, anche nei bagni della scuola. Dice: “Lo faccio per abbandonare il dolore, quando tutto diventa insopportabile. Quando hai il cuore che ti scoppia e un urlo ti fa tornare di nuovo a respirare… La stessa cosa è il taglio… Se non ti tagli rischi di esplodere”.
M. 28 anni, comincia a tagliarsi quando il fidanzato la lascia. Crede di aver provocato lei la rottura. Mi mostra le cicatrici sul braccio: dai segni rimasti si capisce che le ferite autoinflitte devono essere state piuttosto profonde. Le pratiche autolesive sono iniziate nel periodo dell’adolescenza.
Questi casi clinici che ho affrontato personalmente rappresentano soltanto alcuni esempi dei casi di autolesionismo che interessano gli adolescenti (e spesso anche gli adulti). È utile capire come faccia un adolescente a diventare autolesionista senza che i genitori se ne accorgano. Occorre essere attenti ai segnali che rappresentano un allarme di disagio. Riconoscere tali segnali impedisce al problema di cronicizzarsi ma spesso è necessario l’aiuto di un esperto. Bisogna innanzitutto conoscere le parti più comunemente attaccate da chi pratica autolesionismo, le braccia e le gambe, ma sapere anche che, quando il problema diventa troppo evidente, i soggetti afflitti da questo disturbo possono utilizzare parti del corpo ancora più nascoste. Vogliono evitare in tutti i modi di farsi vedere dai genitori. L’autolesionismo diventa per loro un segreto che vogliono tenere per sé. Tra gli altri fattori a cui bisogna stare attenti vi è l’abbigliamento, la cui scelta può essere dettata dalla necessità di coprire le ferite, come il ricorrere all’uso di abbigliamento non idoneo alla stagione, maniche lunghe, mille braccialetti, jeans anche d’estate (l’avversione per questa stagione può infatti rappresentare un valido campanello d’allarme).