Depressione

depressione
Tristezza, disperazione, disinteresse verso il mondo, senso di impotenza, sensazione di vuoto e smarrimento del senso della propria esistenza sono vissuti familiari per chi soffre di depressione. Affrontare la quotidianità diventa faticoso e la forza per andare avanti man mano viene meno. La depressione è un male di vivere che ha origine da un’esperienza di perdita. L’affetto depressivo è la reazione soggettiva di fronte all’apparizione di un buco nel mondo: Freud afferma che nella depressione è il mondo che si svuota, la persona si confronta con un vuoto nel mondo. Se da un lato c’è la sofferenza della persona, dall’altro non bisogna dimenticare che ogni sintomo è un messaggio da decifrare. Un aiuto viene dai farmaci ma il ricorso ai medicinali non è quasi mai del tutto risolutivo perché non agisce sulle cause profonde che hanno portato la persona a rifugiarsi nella depressione. Si è spesso portati a credere agli effetti prodigiosi che i farmaci promettono e in una certa misura assicurano ma sarebbe opportuno capire anche e soprattutto le ragioni della sofferenza. Proprio perché la depressione è un sintomo e la causa è altrove, il farmaco non può risolverne l’origine. In realtà dobbiamo considerare che la depressione ha molte cause e si presenta in strutture cliniche diverse tra loro. Lacan parla della depressione come di un’assenza dell’assunzione della responsabilità soggettiva nei confronti del proprio desiderio. La depressione non è considerata dalla psicoanalisi come una degenerazione dell’umore, non è un venire meno della volontà, ma è un vero e proprio peccato morale. È la viltà di cedere sul proprio desiderio. In questo contesto, senza andare nei particolari della clinica psicoanalitica, consideriamo due affetti principali della depressione: la tristezza e il dolore di esistere. La tristezza è un affetto che sottolinea una mancanza e si collega al desiderio; nella tristezza, il soggetto si è piegato al proprio desiderio. Per tale ragione la depressione si situa in una prospettiva etica che ha a che fare con la posizione che il soggetto assume in rapporto al desiderio. La tristezza può avere come origine un’inibizione, una delusione o una rinuncia. Nel dolore di esistere invece, la vita assume il senso dell’inutilità dell’esistenza: alla base vi è una sofferenza in cui il soggetto dice di sentirsi come un essere senza senso nella misura in cui si trova collocato in una posizione di scarto. Il dolore di esistere viene indicato come una connotazione specifica della depressione grave e è conosciuta con il nome di malinconia. La melanconia è il dolore di esistere nella sua forma più estrema, una forma nella quale è impossibile un lavoro di lutto. Nella melanconia l’Io del soggetto è identificato, per dirla con Lacan, con l’oggetto scarto. Quando lo psicoanalista ha a che fare con la tristezza, ha gli strumenti per procedere ad un lavoro clinico. Sul soggetto che porta la tristezza come sintomo, il desiderio inconscio è interrotto o non funziona bene. Si tratta di rimettere in movimento la parola: non un chiacchierare qualunque ma la parola nella quale il soggetto si ritrovi come soggetto dell’enunciazione soggettiva, attraverso le libere associazioni. A questo punto la tristezza può dileguarsi, come sostiene Lacan, tramite il gaio sapere, ovvero appassionandosi alla decifrazione dell’inconscio per arrivare a congiungersi con il proprio desiderio inconscio. La terapia psicoanalitica punta alla radice della depressione, indaga i legami inconsci di tale sofferenza nella vita del paziente.