AREE D’INTERVENTO

Le aree d’intervento della clinica sono molteplici: la psicoterapia mira a risolvere problematiche legate a disagi esistenziali quali attacchi di panico, ansia, depressione, fobie, dipendenze, disturbi alimentari e della sfera sessuale, problemi adolescenziali.

Problemi adolescenziali

L’adolescenza è una fase di passaggio dallo status di bambino a quello di giovane adulto. Questo passaggio prevede continui cambiamenti. Avviene infatti una profonda rivoluzione interna ed esterna, durante la quale il corpo si modifica, e anche il modo di rapportarsi ai genitori, agli adulti, ai coetanei e alla società cambia. Nell’adolescenza le due dimensioni, quella naturale e quella culturale, convivono in maniera più conflittuale.
Se il bambino deve ‘alienarsi’ nel linguaggio dell’Altro, assimilare la lingua familiare, i miti dei genitori, l’adolescente ha come obiettivo quello di separarsene, di prendere le distanze dall’universo familiare; l’adolescente cerca nell’allontanamento dalla propria dimora, nuovi legami sociali, una sua propria lingua separata che gli dia una particolarità, un’identità nel mondo degli adulti. La spinta al cambiamento, il movimento verso l’esilio, nasce dal corpo, che esprime il reale della pubertà. Non è un caso che tra gli adolescenti si siano diffuse pratiche di autolesionismo, condotte caratterizzate dal desiderio di modificare volontariamente parti del proprio corpo, come avviene con il branding, pratica che consiste nel marchiare a fuoco la pelle con un laser o con un ferro rovente, o con il cutting, che contempla il procurarsi tagli su braccia e gambe con coltelli, forbici o taglierini. In questi casi, il corpo, può rappresentare un luogo di espressione della sofferenza e del disagio oppure lo strumento per comunicare i propri bisogni e conflitti evolutivi.
La psicoanalisi è chiamata sempre più spesso ad intervenire sul terreno dell’adolescenza, per rispondere a una domanda individuale, familiare e a volte sociale. Un buon percorso analitico è in grado di far emergere elementi utili all’adolescente stesso nel risolvere le proprie problematiche di transizione.

Alcolismo

Nell’approccio psicoanalitico, la dimensione della mancanza, da cui scaturisce il desiderio, può diventare vuoto; l’abuso di alcol è un modo di riempire questo vuoto, questa mancanza che si è trasformata in vuoto. Lo steso avviene anche per le altre forme di dipendenza. La dipendenza in generale ottura la dimensione della mancanza. Qualunque sia l’oggetto della dipendenza, il soggetto che la esperisce ne diviene prigioniero e ad essa sacrifica la propria vita: interessi, affetti, ambizioni, salute, tutto passa in secondo piano, subordinato o addirittura sostituito dall’oggetto della propria dipendenza.
L’etilismo è antecedente alla tossicomania. Secondo la psicoanalisi, il vino è paragonabile alla relazione amorosa, e la dipendenza ha a che fare con la possibilità di sfuggire all’inquietudine relativa al rapporto di coppia. L’Altro può deludere mentre la bottiglia, nel caso dell’alcolismo, garantisce sempre lo stesso godimento.
Nel rapporto del bevitore con la bottiglia “si ha l’impressione dell’armonia più perfetta, un’immagine esemplare di matrimonio felice”. L’alcolista cerca un godimento sempre identico che è quello garantito dall’oggetto, che nell’alcolismo è la bottiglia. L’alcol assume la funzione di cura contro l’angoscia, un inebriante che annebbia, ovatta la mente proteggendola dal dolore.
L’alcolista oggi non è più un emarginato: attualmente, l’abuso di alcol interessa anche persone che hanno un’ottima posizione sociale e che intessono relazioni stabili. È anzi vero il contrario: l’uso di alcolici, soprattutto tra i giovani, non emargina ma anzi permette un inserimento sociale spesso “agevolato”. Il consumo e l’abuso di alcol rientra nella logica dell’aggregazione e del divertimento, sempre più diffuso tra i giovani.

 

Ansia

La caratteristica dell’ansia è la presenza di preoccupazioni eccessive, dove l’attesa ha un ruolo centrale. Il termine ansia indica uno stato affettivo che invade il corpo, e infatti è spesso associata a sintomi corporei quali palpitazioni, senso di oppressione al petto, affanno, tremori.
L’ansia è in grado compromettere la qualità della vita delle persone che ne sono affette poiché esse vivono in uno stato di tensione continua, preoccupandosi per qualsiasi cosa. L’incertezza porta al bisogno di determinare anticipatamente tutti i passi di un processo, ed ecco che il soggetto si preoccupa di mansioni che dovrà svolgere poi, anche in una condizione di distacco da quel contesto.
Freud individua nell’ansia l’indice di un conflitto interno al soggetto stesso, conflitto intimamente connesso con l’Altro. Infatti l’ansia nasce da un rapporto insicuro con l’Altro. Per Altro si intende chiunque abbia un legame significativo con il soggetto.
Il sintomo ansioso non può essere eliminato tout-court ma è necessario che venga indagato in relazione alla storia del soggetto che ne soffre, affinché possa trovare una sua risoluzione.

Attacchi di panico

Gli attacchi di panico rappresentano una delle patologie più diffuse nell’ultimo ventennio. Di conseguenza, è sempre più frequente il ricorso alla consultazione di uno psicoterapeuta da parte dei soggetti che ne soffrono.
L’attacco di panico è caratterizzato dall’insorgere improvviso di episodi di angoscia e dall’emergenza di manifestazioni somatiche intense. L’attacco di panico si accompagna a forti manifestazioni neurovegetative, quali palpitazioni, tachicardia, dolore o fastidio al petto, tremori corporei, vertigine, sudorazione, sensazioni di sbandamento, paura di morire e soprattutto sensazione di soffocamento. Una volta comparso, l’attacco di panico tende inevitabilmente a ripetersi, per cui il soggetto che ne è investito vive costantemente con questo timore. Bisogna invece fare in modo che quel che è uscito, invece di creare scompiglio nella vita del soggetto, trovi il suo impiego migliore, e un buon lavoro psicoanalitico aiuta in questo senso nel modo più incisivo.
La clinica fa sempre più esperienza anche con l’urgenza di uscita da attacchi di panico. La persona che si rivolge ad uno psicoterapeuta o a uno psicoanalista perché ne soffre ha sempre una situazione di emergenza. Gli attacchi di panico non le permettono infatti di svolgere la propria quotidianità. Ecco perché solitamente chi prova questo malessere cerca subito una soluzione magica, come l’uso sempre più diffuso dei farmaci. L’esordio arriva all’improvviso e viene spesso confuso con un disturbo dalla causa organica, partendo da un’interpretazione medica di quanto sta accadendo; ecco perché si va spesso a finire al pronto soccorso, o si interpellano numerosi medici quasi sempre impreparati a dare una risposta efficace alla rimozione del problema.
Una volta escluse le cause organiche, con difficoltà si accetta la diagnosi che contempla una causa psichica e s’incontra il nome del proprio sintomo: disturbo da attacco di panico. Trascorso il momento acuto, rimane l’angoscia che la crisi possa tornare. È una crisi senza parola che da quel momento getta il soggetto in un perenne stato di ansia. Per evitare le situazioni che creano ansia e che, secondo il soggetto che ne ha fatto esperienza, possono portare a vivere altre situazioni di panico, la persona evita qualsiasi occasione di novità o che possa portare a un imprevisto, creando limitazioni alla propria libertà pur di non rivivere l’esperienza dell’attacco di panico.
Gli attacchi di panico sono soltanto un sintomo, un aspetto di una situazione molto più complessa; è l’irruzione di una crisi senza parole ma che comunica attraverso il corpo che l’equilibrio apparentemente raggiunto dal soggetto non è adeguato. Il lavoro clinico dello psicoanalista con il soggetto consiste nel riannodare la crisi di panico alla sua storia, nel reperire il desiderio inconscio e lavorare affinché vi sia una riconciliazione con la dimensione cosciente.
Molti pazienti che vengono nel mio studio hanno avuto un esordio da panico. Si può uscire dallo stato di emergenza anche in poco tempo, e spesso senza alcun farmaco. Il benessere iniziale però non basta ma è propedeutico ad un successivo lavoro di annodamento del sintomo al fine di capire quali siano i fattori scatenanti.

Autolesionismo

É sempre più frequente avere a studio un adolescente che in segreto pratica autolesionismo, soprattutto il cosiddetto “cutting”, la nuova frontiera dell’autolesionismo giovanile, che consiste nel procurarsi tagli, più o meno profondi, utilizzando lamette, vetri o addirittura lattine usate. Sacrificare una parte del proprio corpo, meglio se nascosta, nel dolore fisico palpabile, ad una sofferenza psicologica insopportabile. Mortificare quella piccola parte di sé per continuare ad esistere, nonostante quel dolore scuro che non si riesce a vedere. Il taglio è un dolore tangibile, un urlo silente lanciato contro l’angoscia. Il dolore che dà sollievo al dolore.
Nel web ci sono community molto frequentate, dove gli adolescenti raccontano le loro storie di autolesionismo e pubblicano le foto dei loro tagli. Chi pratica autolesionismo da cutting è ben attento a coprire le parti del corpo che presentano i tagli perché prova vergogna nell’essere scoperto. Ma proprio quei tagli ben celati al proprio contesto reale sono invece spesso mostrati e condivisi su social e blog. L’autolesionismo dà l’illusione che quella pratica sia l’unica via di fuga da una sofferenza insopportabile, dà la sensazione di essere vivi e uscire un attimo dal torpore. Il taglio inoltre crea l’illusione di avere il controllo sul proprio corpo: attraverso la ferita si vede da dove viene il dolore e lo si può curare. Il dolore fisico viene preferito a quello mentale in quanto la sofferenza mentale appare come sconosciuta al soggetto, mentre l’autolesionismo produce un sollievo temporaneo. Il taglio provoca un processo simbolico nel quale la malattia interiore viene rimossa dando la possibilità alla ferita auto inflitta di guarire. Il sangue, la sostanza più simbolica del nostro corpo, in questo caso sangue cattivo, può uscire dal corpo attraverso il taglio. La ferita può scatenare un processo secondo il quale la sofferenza psichica può essere rimossa facendo spazio alla guarigione.
L’atto del taglio sembrerebbe offrire, a chi lo pratica, un’uscita momentanea da uno stato di dolore, anche se dopo subentra la vergogna e la necessità di coprire le ferite per tenerle nascoste, e di scegliere parti del corpo sempre più recondite. Il taglio sostituisce il dolore interiore con il dolore del corpo, sul quale si può avere controllo, che si può vedere.

U. 13 anni, si taglia da qualche mese. Non riesce a farne a meno. Dorme con una lametta sotto il cuscino e dice: “Mi sento più tranquillo se la tengo a portata di mano”. I tagli iniziano nel periodo invernale e sono nascosti dagli indumenti. Per diversi mesi nessuno lo scopre fino a quando, a scuola, un insegnante vede i tagli e avvisa genitori. U. soffre per una sua coetanea che lo tratta male. La madre cerca di dare supporto al figlio, sminuendo la sua sofferenza, dicendo che è troppo giovane per provare amore e soffrire per esso, che non è il caso di struggersi così. Da qui U. inizia a tagliarsi.
V. 14 anni. Si taglia già da un paio d’anni, stando attenta a non farsi scoprire dai genitori. È venuta da me per altre questioni ma poi mi racconta che si taglia, che è attratta dalle lame. Si taglia appena comincia a star male. Ha iniziato in seconda media; molte compagne lo facevano, anche nei bagni della scuola. Dice: “Lo faccio per abbandonare il dolore, quando tutto diventa insopportabile. Quando hai il cuore che ti scoppia e un urlo ti fa tornare di nuovo a respirare… La stessa cosa è il taglio… Se non ti tagli rischi di esplodere”.
M. 28 anni, comincia a tagliarsi quando il fidanzato la lascia. Crede di aver provocato lei la rottura. Mi mostra le cicatrici sul braccio: dai segni rimasti si capisce che le ferite autoinflitte devono essere state piuttosto profonde. Le pratiche autolesive sono iniziate nel periodo dell’adolescenza.
Questi casi clinici che ho affrontato personalmente rappresentano soltanto alcuni esempi dei casi di autolesionismo che interessano gli adolescenti (e spesso anche gli adulti). È utile capire come faccia un adolescente a diventare autolesionista senza che i genitori se ne accorgano. Occorre essere attenti ai segnali che rappresentano un allarme di disagio. Riconoscere tali segnali impedisce al problema di cronicizzarsi ma spesso è necessario l’aiuto di un esperto. Bisogna innanzitutto conoscere le parti più comunemente attaccate da chi pratica autolesionismo, le braccia e le gambe, ma sapere anche che, quando il problema diventa troppo evidente, i soggetti afflitti da questo disturbo possono utilizzare parti del corpo ancora più nascoste. Vogliono evitare in tutti i modi di farsi vedere dai genitori. L’autolesionismo diventa per loro un segreto che vogliono tenere per sé. Tra gli altri fattori a cui bisogna stare attenti vi è l’abbigliamento, la cui scelta può essere dettata dalla necessità di coprire le ferite, come il ricorrere all’uso di abbigliamento non idoneo alla stagione, maniche lunghe, mille braccialetti, jeans anche d’estate (l’avversione per questa stagione può infatti rappresentare un valido campanello d’allarme).

Bullismo

Gli effetti negativi, sociali, fisici e mentali, derivanti dall’essere stati vittime di bullismo non sono purtroppo confinati all’interno dell’età infantile e adolescenziale ma sono stati riscontrati anche a parecchi anni di distanza dall’evento, quando le persone che hanno subito bullismo sono già adulte. L’impatto di questo fenomeno può essere perseverante sulla salute di chi lo subisce e le conseguenze sociali durano anche nell’età adulta.
Sul lato sociale, dobbiamo innanzitutto eliminare la percezione che essere vittima di bullismo sia una parte inevitabile dell’adolescenza. Insegnanti, genitori ed educatori dovrebbero stare in guardia su cosa accade a scuola, tenendo presente che le prevaricazioni possono avere ripercussioni a lungo termine sui bambini.
I progetti per la prevenzione sono estremamente importanti ma al contempo si avverte la necessità di un intervento precoce per evitare potenziali problemi persistenti in adolescenza e in età adulta. Il bullismo va distinto da comportamenti aggressivi e antisociali che non creano asimmetria e disparità tra gli adolescenti in questione. Quando il comportamento aggressivo è legato all’impulsività tipica della fase adolescenziale non si può dunque parlare di bullismo.
Il bullizzato difficilmente si rivolge ai genitori perché teme che questi possano essere feriti dalla sua vulnerabilità.
Il bullismo fa male anche a chi lo agisce; è un problema sia per il bullizzato sia per il bullo, e le conseguenze sono a lungo termine. Una prevenzione efficace a questo fenomeno deve dunque riguardare il bullismo da entrambe le parti: bullo e bullizzato.
Il bullismo è solitamente diretto verso quelli che per qualche motivo escono dalla consuetudine, da una supposta “norma” che fa parte del mondo degli adolescenti, stabilita da loro stessi. Ci sono dei campanelli d’allarme cui è meglio prestare attenzione da parte dei genitori: isolamento, tentativo di evitare la scuola, cambiamenti nell’umore, peggioramento del rendimento scolastico, perdita di oggetti a scuola, evitamento del dialogo, abbandono scolastico, inappetenza, insonnia, eccesso di tempo passato con i videogiochi, capricci. Quando i capricci sono prolungati allora è bene chiedersi se non si tratti di un vero e proprio disagio.
I bullizzati hanno maggiore probabilità di andare incontro a disturbi psicosomatici. Il timore di frequentare la scuola è connesso con le lamentele di malattie inesistenti che mascherano l’evitamento di situazioni spiacevoli.
A. 12 anni, viene ricoverato per continui disturbi intestinali. Le varie indagini diagnostiche non rivelano nulla. Alle dimissioni, i genitori di A. vengono invitati a portare il figlio da uno psicoterapeuta. Quando arriva nel mio studio, i genitori non sanno cosa stia accadendo al loro figlio. Dopo qualche seduta viene fuori che A. è stato aggredito nel cortile della scuola da compagni che già lo bullizzavano da tempo.
L. 20 anni, all’età di 7 anni è stato vittima di atti di bullismo. Sviluppa un disturbo gastrointestinale che ancora oggi persiste. In seguito a numerose visite e a consulti di vari specialisti, la diagnosi è di disturbo psicosomatico. Mai una parola sul bullismo, che passa inosservato da parte dell’adulto.
G. 14 anni, viene bullizzata da un gruppo di compagni della sua classe. Le conseguenze sono un peggioramento scolastico, con rischio bocciatura, e continui svenimenti, dove le varie visite neurologiche non hanno portato a nessuna diagnosi medica.
Laddove la parola manca, è inibita, bisogna avere occhi sul corpo. Il primo passo da compiere è raggiungere la consapevolezza da parte dei genitori, che una volta scoperto il malessere del loro figlio, possono innanzitutto denunciare la situazione alla scuola e successivamente pensare all’aspetto psicologico rivolgendosi ad uno psicoterapeuta. Se non riconosciuto, il bullismo può destare grande preoccupazione per la salute psicofisica di chi ne è interessato.

Depressione

Tristezza, disperazione, disinteresse verso il mondo, senso di impotenza, sensazione di vuoto e smarrimento del senso della propria esistenza sono vissuti familiari per chi soffre di depressione. Affrontare la quotidianità diventa faticoso e la forza per andare avanti man mano viene meno. La depressione è un male di vivere che ha origine da un’esperienza di perdita. L’affetto depressivo è la reazione soggettiva di fronte all’apparizione di un buco nel mondo: Freud afferma che nella depressione è il mondo che si svuota, la persona si confronta con un vuoto nel mondo. Se da un lato c’è la sofferenza della persona, dall’altro non bisogna dimenticare che ogni sintomo è un messaggio da decifrare. Un aiuto viene dai farmaci ma il ricorso ai medicinali non è quasi mai del tutto risolutivo perché non agisce sulle cause profonde che hanno portato la persona a rifugiarsi nella depressione.  
Si è spesso portati a credere agli effetti prodigiosi che i farmaci promettono e in una certa misura assicurano ma sarebbe opportuno capire anche e soprattutto le ragioni della sofferenza. Proprio perché la depressione è un sintomo e la causa è altrove, il farmaco non può risolverne l’origine.
In realtà dobbiamo considerare che la depressione ha molte cause e si presenta in strutture cliniche diverse tra loro. Lacan parla della depressione come di un’assenza dell’assunzione della responsabilità soggettiva nei confronti del proprio desiderio. La depressione non è considerata dalla psicoanalisi come una degenerazione dell’umore, non è un venire meno della volontà, ma è un vero e proprio peccato morale. È la viltà di cedere sul proprio desiderio. In questo contesto, senza andare nei particolari della clinica psicoanalitica, consideriamo due affetti principali della depressione: la tristezza e il dolore di esistere. La tristezza è un affetto che sottolinea una mancanza e si collega al desiderio; nella tristezza, il soggetto si è piegato al proprio desiderio. Per tale ragione la depressione si situa in una prospettiva etica che ha a che fare con la posizione che il soggetto assume in rapporto al desiderio. La tristezza può avere come origine  un’inibizione, una delusione o una rinuncia. Nel dolore di esistere invece, la vita assume il senso dell’inutilità dell’esistenza: alla base vi è una sofferenza in cui il soggetto dice di sentirsi come un essere senza senso nella misura in cui si trova collocato in una posizione di scarto. Il dolore di esistere viene indicato come una connotazione specifica della depressione grave e è conosciuta con il nome di malinconia. La melanconia è il dolore di esistere nella sua forma più estrema, una forma nella quale è impossibile un lavoro di lutto. Nella melanconia l’Io del soggetto è identificato, per dirla con Lacan, con l’oggetto scarto.
Quando lo psicoanalista ha a che fare con la tristezza, ha gli strumenti per procedere ad un lavoro clinico. Sul soggetto che porta la tristezza come sintomo, il desiderio inconscio è interrotto o non funziona bene. Si tratta di rimettere in movimento la parola: non un chiacchierare qualunque ma la parola nella quale il soggetto si ritrovi come soggetto dell’enunciazione soggettiva, attraverso le libere associazioni. A questo punto la tristezza può dileguarsi, come sostiene Lacan, tramite il gaio sapere, ovvero appassionandosi alla decifrazione dell’inconscio per arrivare a congiungersi con il proprio desiderio inconscio.
La terapia psicoanalitica punta alla radice della depressione, indaga i legami inconsci di tale sofferenza nella vita del paziente.

Dipendenze

Nella società moderna le dipendenze non possono più essere confinate all’abuso di sostanze come droghe e alcolici poiché esse riguardano ormai anche talune pratiche che la modernità ha reso più accessibili; si assiste allora alla diffusione di nuove forme di dipendenza legate al gioco d’azzardo, all’uso del web, all’assunzione di cibo.
L’uso e abuso di oggetti, sostanze e pratiche rappresenta una soluzione a quella percezione di inadeguatezza e di solitudine che caratterizza la sofferenza nella società contemporanea e che confina chi ne soffre in una crescente emarginazione.
Le sostanze di consumo garantiscono un soddisfacimento sempre identico e sempre disponibile. Freud sostiene che “Dobbiamo ad essi [agli effetti degli inebrianti] non solo l’acquisto immediato di piacere, ma anche una parte, ardentemente agognata, d’indipendenza dal mondo esterno. Con l’aiuto dello scacciapensieri sappiamo dunque di poterci sempre sottrarre alla pressione della realtà e trovare riparo in un mondo nostro, che ci offre condizioni sensitive migliori”
Nelle nuove dipendenze possiamo scorgere quel tentativo di colmare con lo stupefacente il vuoto di ideali e di valori tipico delle monosintomaticità nell’epoca in cui viene a cadere la funzione capitale del Padre. Quello che prevale è il vissuto della noia, dell’insensatezza esistenziale che viene riempito con l’oggetto inebriante funzionale a colmare il vuoto della pulsione dovuto ad una certa debolezza del desiderio fantasmatico. Ecco la difficoltà di molti pazienti a dire che cosa vogliono, a dare un nome al proprio desiderio.
Oggi è purtroppo molto diffusa anche la figura del poliassuntore, un consumatore il quale associa sostanze diverse che hanno anche effetti differenti sulla psiche e sull’umore. Un esempio di polidipendenza è quello offerto da un individuo dipendente dal gioco e dall’alcol, dipendenze alle quali fanno spesso da cornice disturbi legati all’umore o alla personalità. In questi casi è più che mai necessario compiere un paziente lavoro di analisi dei sintomi, guardando alla dipendenza come a una manifestazione del malessere che l’individuo si porta dentro, una risposta che diventa così totalizzante da far sembrare l’effetto una causa di quel malessere.

Dipendenze da gioco

La dipendenza da gioco (detta ludopatia o GAP, Gioco d’Azzardo Patologico) è una forma di dipendenza che porta l’individuo che ne è coinvolto alla necessità continua e dominante di giocare, facendogli provare un forte senso di disagio qualora costretto ad astenersi da tale pratica. Il giocatore è preso da un desiderio ossessivo di recuperare il denaro perduto. Questa compulsione continua al gioco lo porta a perdere completamente la percezione del tempo che egli vi dedica e della quantità di soldi che sta giocando. Di fronte al rischio e alla perdita, il giocatore prova paura ed eccitazione. Egli non gioca perché gli interessa davvero vincere denaro ma per il gioco in se stesso, motivo per il quale continua a giocare nonostante le perdite superino i guadagni. Il giocatore perde completamente il controllo sulla gestione del denaro e, con il fine di recuperare il denaro perso, continua a puntare e giocare cifre sempre più alte, convinto così facendo di annullare la perdita. Chi è dipendente dal gioco d’azzardo sembra ricercare in tale pratica l’avventura e l’eccitazione, sensazioni che vengono soddisfatte puntando cifre di denaro sempre più elevate. Il gioco rischia di diventare la preoccupazione centrale della proprie esistenza, mettendo così a rischio i propri affetti e la propria credibilità; infatti, quando le possibilità di ottenere prestiti si esauriscono, il soggetto vittima della dipendenza dal gioco può manifestare, per ottenere denaro, comportamenti antisociali quali la contraffazione, la frode o il furto. Chi è affetto da ludopatia mette spesso a repentaglio anche la sua vita affettiva, il lavoro e le opportunità future soltanto per poter proseguire a giocare d’azzardo. Il giocatore d’azzardo continua a scommettere anche quando le probabilità di ottenerne dei benefici sono ridotte al minimo perché non può in alcun caso stare lontano dalle scommesse.
Tra i sintomi attraverso i quali è possibile diagnosticare questa dipendenza troviamo un coinvolgimento eccessivo nel gioco e nell’ideazione di metodi per recuperare denaro da spendere al gioco, il bisogno di giocare somme sempre più ingenti per raggiungere lo stato di eccitazione ricercato, il fallimento di tutti i tentativi di smettere di giocare, la pulsione dolorosa provata nel tentativo di allontanarsi dalla sua dipendenza, il ricorrere al gioco per fuggire dai suoi problemi reali e per compensare il suo umore disforico, il fatto che per rifarsi delle perdite il soggetto torni a giocare (il cosiddetto inseguimento delle perdite), le menzogne circa il suo reale coinvolgimento nel problema, il mettere in secondo piano le relazioni sociali e il lavoro, il confidare nell’aiuto di altri per risanare la propria situazione economica.
Superare una dipendenza da gioco non è mai una cosa semplice e occorre rivolgersi ad uno specialista. Le dinamiche della ludopatia possono essere efficacemente affrontate con la psicoterapia: il lavoro è lungo ma con ottime possibilità di uscire dalla dipendenza. La funzione del terapeuta consiste nell’incarnare il limite, un sostegno regolatore. Chi decide di fare un percorso per uscire dalla dipendenza spesso è sollecitato o forzato da familiari o amici ma, perché la terapia sia efficace, deve essere la persona interessata a riconoscere di avere un problema e rivolgersi ad uno psicoterapeuta, anche con l’appoggio dei familiari.

Dipendenze da internet

Durante le sedute di psicoanalisi emerge sempre più spesso la presenza di oggetti di godimento che impongono nuove forme di schiavitù come la realtà virtuale, il cibo industriale, la droga, lo psicofarmaco. Chi viene in analisi parla principalmente di problematiche legate a dipendenze da oggetti inumani. Il web fa ormai parte di questi oggetti. La possibilità di connettersi e navigare ovunque attraverso dei semplici dispositivi elettronici ha modificato profondamente le relazioni umane ma, se da un lato ha indubbiamente migliorato la rapidità della comunicazione, la condivisione del sapere e l’efficienza del lavoro, dall’altro rischia di impoverire la complessità relazionale propria della vita non virtuale.
Tra gli adolescenti, ma anche tra gli adulti, si è diffusa l’espressione “ho parlato” per descrivere la propria interazione sui social con un’altra persona. Tale linguaggio è entrato a far parte del quotidiano, dove gli “incontri” si fanno sempre più frequentemente sui social. L’uso improprio del linguaggio tradisce un utilizzo della rete che ha creato, nell’ultimo decennio, un numero sempre più crescente di dipendenze del tutto virtuali. La vita trascorsa sul web può arrivare ad assorbire una quantità di tempo tale da influenzare e anche suggestionare la vita reale: si innescano così meccanismi patologici che condizionano pesantemente le relazioni sociali, la situazione finanziaria e la salute mentale delle persone coinvolte. La dipendenza da Internet viene descritta come “un abuso di questa tecnologia”, con evidenti conseguenze negative sulla vita del soggetto. I sintomi della dipendenza da internet sono simili a quelli collegati ad altre dipendenze e paiono verificarsi quando lo stato psicologico di una persona, l’attività scolastica o lavorativa e le sue interazioni sociali, vengono danneggiate dall’uso eccessivo o improprio di questo medium, che acquisisce nella vita della persona un’importanza centrale a scapito delle altre attività fondamentali. Possiamo quindi affermare che sussiste un problema di dipendenza quando il comportamento legato all’uso eccessivo di internet comincia a danneggiare il soggetto interessato. Dalla casistica, sembra che le persone più propense a sviluppare una dipendenza da internet siano quelle che ne fanno un uso orientato generalmente ad attività ricreative (videogiochi online, shopping e chat) piuttosto che un uso più prettamente strumentale (corrispondenza elettronica, ricerca e scambio di informazioni, studio, lavoro).

Disturbi della sfera sessuale

Un disturbo sessuale può essere caratterizzato da un’anomalia del processo nel ciclo di risposta sessuale o da dolore associato al rapporto.
I disturbi sessuali si manifestano con calo o assenza di desiderio sessuale, disturbo dell’eccitazione nella donna e impotenza nell’uomo, anorgasmia, eiaculazione ritardata o anticipata. Esistono disturbi sessuali caratterizzati da dolore durante il rapporto, come la dispareunia, sia maschile che femminile, o il vaginismo femminile. È sempre importante escludere, con esami medici specifici (urologici o ginecologici), la presenza di eventuali disfunzioni organiche. Dopo aver escluso le ipotesi organiche, il problema potrà essere affrontato sul piano psicologico. Un rapporto difficile con il proprio corpo, idee distorte sulla sessualità, inibizione possono rappresentare i segnali di problemi più profondi, che possono derivare dalle matrici fondamentali che hanno reso contraddittorio il desiderio. È qui che si può e si deve intervenire con un percorso di psicoterapia.

Disturbi alimentari

I comportamenti di rifiuto o di abuso di cibo rappresentano la manifestazione più evidente della sofferenza psichica della persona anoressica o bulimica.
La persona anoressica insegue l’ideale di un corpo quasi disincarnato, si sottrae al cibo per avere un segno d’amore dall’Altro. Lo statuto del desiderio d’amore dell’anoressica spesso viene equivocato con quello del bisogno, così l’Altro risponde a tale domanda d’amore con cose da mangiare.
Nella bulimia invece il soggetto supplisce mangiando a qualcosa che è carente all’origine, cerca di rimediare alla frustrazione della propria domanda d’amore attraverso la ricerca continua di cibo.
I disturbi del comportamento alimentare nascondono in realtà questioni che non si possono ridurre al mero rapporto con il cibo poiché tangono la sfera delle relazioni interpersonali. Chi soffre di disturbi alimentari, così come anche il contesto familiare del soggetto, pensa di poter dominare la situazione facendo appello alla forza di volontà ma la volontà non funziona proprio perché i disturbi alimentari non riguardano soltanto il rapporto col cibo ma rappresentano fondamentalmente un rifiuto dell’Altro, una fuga dai legami affettivi e sociali.

Disturbi psicosomatici

I fenomeni psicosomatici sono una manifestazione organica patologica originata da una sofferenza psichica. Si parla di fenomeni psicosomatici quando il corpo comincia a esprimere ciò che la coscienza rifiuta.
Si tratta di patologie che coinvolgono e incidono un segno tangibile sul corpo. Chi è affetto da disturbi psicosomatici spesso riconosce un’origine psichica della malattia. In particolare il fenomeno psicosomatico ha spesso a che fare con un trauma legato ad una perdita, ad una separazione alla quale il soggetto non ha saputo far fronte. C’è qualcosa di insormontabile che permane e ristagna come un dolore inarginabile. Il trauma non elaborato può fare rientro nel corpo che si lascia incidere da un marchio di dolore indicibile e indelebile, permettendo alla patologia di avanzare al di là della volontà e da ogni controllo. Anche se la medicina riscontra i segni della malattia, non riesce ad attribuire una causa fisica: ecco perché non basta come cura.
La psicoanalisi interviene riconoscendo al paziente il diritto di riprendere a dare valore alla propria parola. Lo psicoterapeuta può accompagnarlo a fare i conti con la sofferenza riannodando la propria storia ed elaborando i traumi implicati nell’insorgenza della patologia. Pian piano si potrà dunque riaprire quello che prima nel fenomeno psicosomatico era solo un sigillo, una chiusura incomprensibile e dolorosa per chi ne porta il segno.

Fobie

Il termine fobia indica il timore irrazionale e incontrollabile di una situazione avvertita come minacciosa in assenza di un reale pericolo. Tra le fobie più diffuse sono presenti la paura delle altezze (acrofobia), la paura dei ragni (aracnofobia), la paura del sangue e delle ferite (emofobia), la paura degli spazi chiusi (claustrofobia), la paura dei luoghi pubblici (agorafobia), la paura di essere sepolti vivi (tafofobia), la paura dello sporco (rupofobia) e la paura dei cani (cinofobia).
Le fobie si esprimono con sintomi fisiologici quali tachicardia, vertigini, extrasistole, nausea, senso di soffocamento, sudorazione eccessiva, tremore, disturbi gastrici, diarrea. Fortunatamente, qualora non entrino in campo altri disturbi di natura psicologica, il trattamento delle fobie è relativamente semplice e può giovarsi anche di un breve percorso di psicoterapia.

Hikikomori – Autoreclusione

Hikikomori è un termine giapponese che significa stare in disparte. Il fenomeno dell’autoreclusione si è diffuso in modo massiccio in Giappone ma ha trovato terreno anche in Corea, Cina, Usa e Nord Europa; anche in Italia i casi registrati negli ultimi anni sono in aumento.
Il fenomeno di Hikikomori spesso viene confuso con altro. In realtà non si tratta di depressione, né di abuso tecnologico, né di fobia sociale. È una forma di ritiro sociale che interessa maggiormente gli adolescenti, i quali si chiudono nella loro camera, ritirandosi per un tempo piuttosto lungo dalla vita sociale e dalla loro stessa famiglia. I soggetti vittime di hikikomori consumano i pasti in solitudine, nella propria camera. Si ritirano anche dalla scuola.
Le cause possono essere svariate e i casi vanno considerati singolarmente.
Il fenomeno di Hikikomori è difficile da gestire da parte dei genitori, in quanto il minore non esce dalla camera e diventa dunque difficile proporgli di andare da uno psicoterapeuta. In questi casi, la strada potrebbe essere l’intervento domiciliare dello psicoterapeuta. Lo scopo non è quello di portare fuori l’adolescente ma quello di entrare, con il suo consenso, nel suo mondo. Questo processo può avvenire soltanto gradualmente perché un intervento drastico potrebbe esporre il ragazzo a uno scatenamento psicotico o addirittura ad una ideazione suicidaria. È necessario entrare nel mondo della persona affetta da questa forma di autoreclusione ma bisogna farlo con il permesso di chi ne soffre e con i suoi tempi.

Sostegno alla maternità

La gravidanza è una condizione sia fisica che psicologica. Per il corpo si tratta di un periodo di adattamento imposto dai cambiamenti ormonali e da quelli esteriori ma la mamma deve far fronte anche ai cambiamenti del proprio contesto, alle preoccupazioni circa il futuro, alle mutate dinamiche familiari.
Nella società moderna anche una madre deve mostrarsi efficiente, dividendosi tra il ruolo di mamma e quello di donna, e talvolta di lavoratrice. La maternità di per sé rappresenta dunque un momento unico, per forza di cose problematico, un momento però così idealizzato e standardizzato che lascia poco spazio alle eccezioni personali, le quali generano senso di colpa e di inadeguatezza.
A livello inconscio, le due dimensioni di madre e di donna sono spesso in forte contrasto tra loro. Un contrasto talmente forte che può portare addirittura all’esclusione, alla negazione di una delle due dimensioni. Spesso non si riesce ad essere madre perché si ha paura di perdere il proprio status di donna.
Alcune donne non riescono a rimanere incinte, nonostante non sia presente alcun impedimento di natura fisica, soltanto a causa di un rifiuto inconscio della maternità. In sede di analisi, si ricercano le cause di tale rifiuto in maniera pacifica, attraverso l’ascolto, al fine di creare elementi utili al soggetto stesso per rimuoverle.
In alcuni casi sono proprio le mutazioni fisiche indotte dalla gravidanza ad essere difficili da accettare per la donna che è diventata madre.
Se l’amore del bambino è così forte e totalizzante che è difficile per la mamma staccarsi anche solo per un momento dalla dimensione di madre, anche l’amore materno talvolta può divenire asfissiante: una terza persona, incarnata dal terapeuta, e uno spazio per la parola diventano in questo caso necessari per ripristinare la giusta distanza, il necessario equilibrio tra madre e figlio, tra madre e donna. Il desiderio della donna diventata madre non deve esaurirsi nel desiderio di quest’ultima.
Il sostegno alla maternità rappresenta un valido sostegno psicologico alla donna, alla quale viene offerto uno spazio di ascolto delle nuove problematiche che essa sente pesare su di lei prima, durante e dopo la maternità.

Tossicodipendenza

Al giorno d’oggi si può sviluppare una dipendenza da molteplici sostanze ma nell’approccio psicoanalitico l’enfasi non viene posta sulla sostanza assunta quanto sulla struttura di personalità che ha portato il soggetto al suo uso. In verità è molto difficile stabilire se la sostanza sia la causa di questa psicopatologia o piuttosto una sua conseguenza.
L’assunzione di droghe provoca una dipendenza sia fisica che psicologica tale da ridurre l’individuo in una sorta di schiavitù nella quale il soggetto è in balia dell’oggetto. Tutto il resto perde di valore e di significato, davanti all’oggetto da cui il soggetto è dipendente.
Il tossicodipendente persegue il godimento senza passare attraverso l’Altro. Egli vede la droga come l’unico mezzo per raggiungere un agognato stato di felicità, o comunque un sollievo dall’angoscia.
Esiste poi tutta una dimensione simbolica e rituale nella quale il tossicodipendente entra suo malgrado, che lo porta a identificarsi e ad essere identificato con la sua condizione, che va smontata, decostruita dal terapeuta, che deve tentare di riportare il soggetto alla sua dimensione di individuo.
È molto difficile stabilire un contatto con questi soggetti, rappresentando il terapeuta un Altro non necessario con il quale spesso il tossicodipendente non riesce nemmeno ad essere sincero. Se il soggetto non abbassa le sue difese, difficilmente potrà riuscire a diventare consapevole della propria situazione e ad uscirne.
La psicoterapia purtroppo non basta a far cessare l’uso della sostanza da parte di colui che ne è dipendente, che dovrà comunque far leva sulle proprie forze (in questo senso, ogni meccanismo di deresponsabilizzazione sarebbe pernicioso), ma soltanto a discutere con il soggetto intorno alle problematiche psicologiche che lo hanno intrappolato nel loop della tossicodipendenza.